Senza l’Italia ai Mondiali 2026, milioni di tifosi italiani si troveranno a fare quello che nessuno avrebbe immaginato dieci anni fa: tifare per un’altra nazionale. E se c’è una squadra che l’Italia può adottare senza tradire la propria identità calcistica, quella squadra è la Croazia. Non è solo una questione geografica — siamo separati dall’Adriatico, condividiamo storia, cultura e una passione per il calcio che si esprime in modi sorprendentemente simili. È una questione di calcio vissuto: i giocatori croati che riempiono i nostri stadi, le partite della Serie A dove sentiamo urlare in croato dalle tribune, le storie di allenatori e procuratori che attraversano quel mare come fosse un ponte e non un confine.
La Croazia ai Mondiali 2026 arriva con un bagaglio che pochi possono eguagliare: finale nel 2018, semifinale nel 2022, terzo posto in Nations League. Per una nazione di 3,8 milioni di abitanti — meno della metà della popolazione di Roma — questi risultati sono un miracolo sportivo che si ripete con una costanza che sfida la logica. E quest’anno, con un girone che la mette di fronte all’Inghilterra, la sfida diventa ancora più affascinante. Ho seguito da vicino il calcio croato negli ultimi cinque anni, parlando con giornalisti di Zagabria e con osservatori della Serie A, e vi garantisco che questa squadra ha più da dire di quanto i ranking suggeriscano.
Il Legame con l’Italia — Perché la Croazia È la Nostra Squadra
La prima volta che ho capito quanto fosse profondo il legame tra calcio italiano e calcio croato è stata una sera a San Siro, durante un Inter-Dinamo Zagabria di Champions League. Le famiglie croate nel settore ospiti cantavano in un italiano perfetto — non le canzoni dei tifosi, ma quelle di Toto Cutugno e Celentano. Il calcio unisce, ma tra Italia e Croazia il legame va oltre il campo.
Il contributo croato alla Serie A negli ultimi trent’anni è semplicemente straordinario. Da Zvonimir Boban — il cui gol contro l’Italia a USA ’94 resta un trauma collettivo — a Luka Modrić che ha illuminato il centrocampo del calcio europeo, passando per Dejan Stanković, Ivan Perišić, Marcelo Brozović, Mario Mandžukić. La lista è lunghissima e racconta una storia di integrazione calcistica che non ha eguali in Europa. I giocatori croati non vengono in Italia solo per lo stipendio — vengono perché il calcio italiano è parte della loro formazione, perché le tattiche della Serie A sono studiate nelle scuole calcio di Zagabria e Spalato, perché l’idea croata di calcio — tecnico, tattico, combattivo — è incredibilmente vicina a quella italiana.
Oggi il legame continua in modo ancora più evidente. Marcelo Brozović ha scritto pagine importanti della storia recente dell’Inter, e il suo stile di gioco — quel modo di distribuire palloni dal centro del campo con una visione di gioco che sembra avere occhi dietro la testa — è diventato un modello per un’intera generazione di centrocampisti croati. Ivan Perišić ha giocato in tre club italiani diversi, diventando un beniamino di ogni tifoseria che lo ha accolto. E poi ci sono i giovani: Luka Sučić, centrocampista del Real Madrid formato nella cantera del Salisburgo, ha un talento che ricorda il giovane Modrić. Martin Baturina della Dinamo Zagabria, trequartista dal piede educatissimo, è seguito dai principali club italiani. Per noi italiani, tifare Croazia ai Mondiali 2026 non è un ripiego — è un atto di riconoscimento verso una nazione che ha arricchito il nostro calcio in modo impareggiabile.
La Qualificazione — Una Strada Meno Facile del Previsto
Chi pensa che la Croazia si qualifichi ai Mondiali per inerzia non ha seguito le qualificazioni europee. Il girone con Inghilterra, Paesi Bassi e Cechia — tutte nazionali di primo piano — ha reso il percorso una battaglia per ogni punto. La Croazia ha chiuso al primo posto, ma con un margine che riflette la competitività del gruppo piuttosto che un dominio incontestato.
Il dato più significativo delle qualificazioni croate è la resilienza nei momenti critici. La trasferta a Praga contro la Cechia, risolta con un gol nei minuti finali, ha mostrato il DNA di questa squadra: non muoiono mai. La mentalità dei tornei — quella capacità di alzare il livello quando la pressione aumenta — è un tratto genetico del calcio croato che si tramanda di generazione in generazione, dai giocatori del ’98 a quelli del 2018, fino a questa squadra che porta ancora l’eco delle notti di Russia e Qatar.
Il rendimento in casa è stato impeccabile — lo stadio Maksimir di Zagabria resta un fortino dove poche squadre europee riescono a vincere, con un’atmosfera che trasforma ogni qualificazione in una serata epica — ma le trasferte hanno evidenziato alcune fragilità difensive che Dalić dovrà correggere prima dei Mondiali. I gol subiti in qualificazione sono stati più del previsto, e diversi sono arrivati da situazioni di transizione rapida dove la linea difensiva croata è sembrata alta e scoperta. La sconfitta in Olanda, dove la Croazia ha subìto tre gol in venti minuti nel secondo tempo, è stata il momento più basso del percorso — un blackout difensivo che ha ricordato a tutti che questa squadra, per quanto talentuosa, ha limiti strutturali nella tenuta atletica quando l’intensità sale oltre una certa soglia.
In un torneo dove si affrontano attaccanti veloci come quelli inglesi, questa vulnerabilità sulle ripartenze potrebbe costare cara. Il cammino di qualificazione ha anche confermato una tendenza preoccupante: la dipendenza dal centrocampo per risolvere i problemi. Quando Modrić, Kovačić e Brozović controllano il gioco, la Croazia è una squadra da semifinale mondiale — il possesso supera il 60%, gli avversari corrono a vuoto, la partita si gioca ai ritmi dettati da Zagabria. Quando il centrocampo viene sopraffatto fisicamente — come è successo contro squadre atletiche nei momenti chiave — le alternative tattiche sono limitate e la squadra fatica a trovare soluzioni diverse dal palleggio corto.
I Croati della Serie A — Da Modrić a Sučić
Ogni estate, quando esce la lista dei convocati della Croazia, faccio un esercizio che mi diverte e mi istruisce: conto quanti giocatori hanno giocato, giocano o giocheranno in Serie A. Il numero è sempre sorprendentemente alto, e per i Mondiali 2026 la connessione Italia-Croazia resta fortissima.
Luka Modrić è ovviamente il nome più grande — non della rosa croata, ma dell’intera storia del calcio croato. A 40 anni compiuti durante il torneo, il centrocampista del Real Madrid affronta quello che sarà quasi certamente il suo ultimo Mondiale. La sua carriera ai Mondiali è stata straordinaria: protagonista della finale 2018 in Russia, dove ha vinto il Pallone d’Oro del torneo, e della semifinale 2022 in Qatar. Modrić non ha mai giocato in Serie A, ma il suo calcio parla italiano — la sua visione di gioco, il suo senso della posizione, la sua capacità di rallentare e accelerare il ritmo della partita sono qualità che la tradizione calcistica italiana celebra da sempre. Il suo ruolo ai Mondiali 2026 sarà simile a quello di Messi con l’Argentina: un leader carismatico il cui contributo va oltre i minuti giocati in campo.
Mateo Kovačić, dopo le stagioni al Manchester City, porta una qualità nel palleggio e una resistenza fisica che lo rendono il complemento perfetto di Modrić nel centrocampo a due o a tre. La sua esperienza all’Inter — anche se breve — gli ha dato una comprensione del calcio italiano che emerge ogni volta che gioca contro squadre che adottano schemi difensivi tipici della tradizione italiana. Marcelo Brozović, anche se la sua avventura in Serie A è alle spalle dopo il trasferimento in Arabia Saudita, resta un punto di riferimento per il centrocampo croato: la sua capacità di rompere il pressing avversario con un singolo passaggio è un’arma tattica che pochi giocatori al mondo possiedono.
Ma sono i giovani a rendere questa Croazia interessante per il futuro. Luka Sučić, centrocampista del Real Madrid, è il più promettente: un giocatore che combina la tecnica di Modrić con una fisicità moderna che il Maestro non ha mai avuto. Martin Baturina della Dinamo Zagabria è il trequartista che ogni club di Serie A vorrebbe — e probabilmente avrà, perché i colloqui con Milan, Napoli e Juventus sono in corso da mesi. Joško Gvardiol del Manchester City è diventato uno dei difensori più costosi della storia, e la sua versatilità — può giocare da centrale, da terzino sinistro, persino da mediano — offre a Dalić opzioni tattiche preziose. Igor Matanović, attaccante dell’Eintracht Frankfurt, rappresenta il profilo di centravanti moderno che la Croazia ha sempre cercato: fisico, tecnico, capace di giocare sia come punta che come seconda punta. La generazione che sta prendendo il posto dei veterani non è meno talentuosa — è solo più giovane, e i Mondiali 2026 saranno il banco di prova per capire se è anche pronta per i grandi palcoscenici.
Girone L — Inghilterra, Ghana, Panama: Missione Possibile
Il sorteggio ha regalato alla Croazia un girone che sembra scritto per una sceneggiatura cinematografica. Inghilterra-Croazia è un classico del calcio mondiale recente — la semifinale di Russia 2018, decisa dal gol di Mandžukić ai supplementari, resta uno dei momenti più emozionanti degli ultimi Mondiali. Ma il Girone L non è solo la sfida con l’Inghilterra — è un gruppo equilibrato dove ogni partita conta e dove il terzo posto potrebbe bastare per passare il turno grazie al meccanismo delle migliori terze.
L’Inghilterra è la favorita del girone, ma non in modo schiacciante. La squadra di Tuchel — o di chi la guiderà ai Mondiali — ha il talento individuale per dominare qualsiasi gruppo, ma anche una storia di underperformance nei tornei che la rende vulnerabile. Bellingham, Saka, Foden, Rice — sono nomi che fanno tremare, ma l’Inghilterra non ha mai vinto un Mondiale lontano da casa e la pressione su questa generazione è enorme. La Croazia conosce bene gli inglesi: li ha battuti in semifinale nel 2018 e ha pareggiato nel girone dell’Europeo 2021. Il precedente conta, soprattutto quando una squadra sa di poter competere con l’avversario sulla base di esperienze concrete.
Il Ghana è un avversario da rispettare profondamente. La nazionale africana ha una tradizione mondiale solida — quarti di finale nel 2010 in Sudafrica, dove il famoso fallo di mano di Suárez negò una semifinale storica — e porta in campo una fisicità e una velocità sulle fasce che possono mettere in difficoltà qualsiasi difesa europea. I giocatori ghanese nei campionati europei sono numerosi e di qualità: dalla Premier League alla Bundesliga, il talento non manca. La struttura tattica è migliorata sensibilmente negli ultimi cicli, con un approccio più organizzato rispetto al passato che non sacrifica l’atletismo naturale della squadra.
Panama completa il gruppo con l’energia della seconda partecipazione mondiale dopo Russia 2018, dove perse tutte e tre le partite ma guadagnò il rispetto di tutti per la passione e l’impegno. La qualificazione CONCACAF ha mostrato una squadra più matura rispetto al 2018, con giocatori che militano nella MLS e nei campionati centroamericani e una solidità difensiva che può rendere la vita complicata anche alle favorite. In un girone a quattro dove passano le prime due più potenzialmente la terza, Panama può giocare senza pressione e creare problemi a chi la sottovaluta.
La Croazia deve puntare al secondo posto come obiettivo primario e al primo come aspirazione realistica. Il calendario e la gestione dei carichi saranno decisivi: giocare contro l’Inghilterra nella prima o nell’ultima giornata cambia completamente la strategia di approccio al girone. Se la Croazia batte Ghana e Panama e gestisce il risultato contro l’Inghilterra, il secondo posto è alla portata — e con il meccanismo delle migliori terze, anche un terzo posto con un buon bilancio di punti e differenza reti potrebbe bastare per accedere al Round of 32.
L’Ultimo Mondiale di Modrić — Come Giocherà la Croazia
Ho avuto una conversazione telefonica con un giornalista croato che segue la nazionale da vent’anni, e mi ha detto una frase che mi ha colpito: “La Croazia ha sempre giocato i Mondiali come se fossero l’ultimo.” Per una nazione piccola, ogni Mondiale è un evento storico, non una routine — e questo atteggiamento si riflette nelle prestazioni in campo con un’intensità emotiva che le grandi nazionali spesso non raggiungono.
Il sistema di Zlatko Dalić per i Mondiali 2026 sarà costruito attorno a una certezza tattica: il centrocampo a tre con Modrić, Kovačić e un terzo giocatore che può essere Brozović, Sučić o Baturina a seconda della partita. Questo centrocampo — quando funziona — è capace di controllare il ritmo della partita come pochi altri al mondo. La capacità di tenere il possesso sotto pressione, di trovare il passaggio verticale nel momento giusto, di rallentare il gioco quando serve e accelerare quando l’avversario è fuori posizione è un’arte che la Croazia ha perfezionato in tre Mondiali consecutivi. Il modulo di base sarà il 4-3-3, con Gvardiol e un terzino destro da definire sulle fasce, e un tridente offensivo che può includere Kramarić, Matanović e Perišić o uno dei giovani come Baturina in posizione di ala.
La gestione di Modrić sarà la chiave tattica del torneo croato. A 40 anni, il capitano non può giocare tutte le partite dal primo minuto — i dati fisici degli ultimi sei mesi al Real Madrid mostrano un calo nella distanza coperta e negli sprint che è naturale per un giocatore della sua età, anche se la qualità tecnica resta intatta — ma la sua presenza in campo cambia radicalmente il modo in cui la Croazia gioca e il modo in cui gli avversari si approcciano alla partita. Dalić dovrà decidere se risparmiarlo nella fase a gironi per averlo fresco nella fase a eliminazione diretta, o se utilizzarlo da subito per assicurare il passaggio del turno. È un dilemma tattico che non ha una soluzione facile, e la risposta dipenderà dal rendimento dei sostituti nelle amichevoli pre-Mondiale e dal risultato della prima partita del girone. Se Sučić dimostrerà di poter reggere il peso del ruolo di regista, Modrić potrà essere gestito con più cautela. Se no, il capitano dovrà caricarsi la squadra sulle spalle un’ultima volta — e conoscendo Modrić, non si tirerà indietro.
Quote e Scommesse — Il Valore Nascosto nei Croati
Vi dico subito la mia posizione: la Croazia ai Mondiali 2026 è la scommessa più sottovalutata del torneo. Le quote sulla vittoria finale oscillano tra 30.00 e 40.00 — un range che riflette lo status di outsider di lusso, ma che secondo me non tiene conto adeguatamente del curriculum mondiale di questa squadra. Nessun’altra nazionale al mondo con un ranking simile può vantare una finale e una semifinale nelle ultime due edizioni.
Il mercato dove trovo più valore è quello sul cammino nel torneo. La Croazia come semifinalista è quotata intorno a 8.00-10.00, una quota che riflette la difficoltà oggettiva del percorso ma che non prezza il “fattore Croazia” — quella capacità di alzare il livello nei momenti decisivi che ha caratterizzato ogni loro partecipazione mondiale recente. Per chi ama le scommesse di girone, il passaggio del turno della Croazia dal Girone L è quotato intorno a 1.60-1.75 — una quota che implica una probabilità del 57-62%, e che secondo me è generosa. Il secondo posto nel girone, dietro l’Inghilterra, è quotato a 2.50-3.00, e rappresenta la mia scommessa preferita sulla Croazia.
Un mercato che spesso viene trascurato è quello sugli Under/Over gol nelle partite della Croazia. Storicamente, la Croazia gioca partite equilibrate e tattiche ai Mondiali — le loro ultime otto partite nelle fasi a eliminazione diretta sono state tutte decise da un gol o ai rigori. L’Under 2.5 nelle partite della Croazia è quotato intorno a 1.80-1.90, e considerando il profilo tattico della squadra e la qualità del girone, mi sembra una scommessa con valore. Per i giocatori singoli, Modrić come miglior giocatore del torneo ha una quota intorno a 40.00-50.00 — una quota altissima, ma che per un giocatore del suo calibro al suo ultimo Mondiale non è irragionevole se la Croazia arriva in fondo. L’ho messo nella mia schedina sentimentale, se non altro.
La Croazia ai Mondiali 2026 è la squadra che ogni appassionato di calcio dovrebbe seguire — non solo noi italiani che cerchiamo un’alternativa affettiva all’assenza degli Azzurri, ma chiunque ami le storie sportive che sfidano le probabilità e le convenzioni. Una nazione di meno di quattro milioni di abitanti che compete regolarmente per le semifinali mondiali è un racconto che trascende il calcio e tocca qualcosa di più profondo: la dimostrazione che il talento, la cultura tattica e la mentalità possono compensare la mancanza di risorse economiche e demografiche. La Croazia non è la favorita dei Mondiali 2026 — e non pretende di esserlo. Ma chi la sottovaluta, lo fa a proprio rischio e pericolo. Lo sanno bene gli inglesi, i brasiliani, gli argentini — tutti quelli che negli ultimi tre Mondiali hanno scoperto sulla propria pelle cosa significa giocare contro una squadra che non si arrende mai, guidata dal centrocampista più elegante della sua generazione, nell’ultimo capitolo della sua carriera mondiale.